Le carte da giocare e la nuova forza del premier italiano in Europa
Da ieri Matteo Renzi è a Bruxelles per il conclave dei capi di governo europei. Prima di entrare in riunione con i colleghi, ha ribadito: “Tutte le discussioni sui nomi vengono dopo le discussioni e le scelte sulle cose che l’Europa deve fare”. Certo è che Angela Merkel & Co. hanno fatto il primo giro di tavolo per il rinnovo dei vertici comunitari, la Commissione europea su tutti, dove il lussemburghese Jean-Claude Juncker (candidato del Partito popolare europeo) parte in salita: ha ricevuto sì il mandato a cercarsi una maggioranza per la presidenza, ma solo esplorativo.
21 AGO 20

Da ieri Matteo Renzi è a Bruxelles per il conclave dei capi di governo europei. Prima di entrare in riunione con i colleghi, ha ribadito: “Tutte le discussioni sui nomi vengono dopo le discussioni e le scelte sulle cose che l’Europa deve fare”. Certo è che Angela Merkel & Co. hanno fatto il primo giro di tavolo per il rinnovo dei vertici comunitari, la Commissione europea su tutti, dove il lussemburghese Jean-Claude Juncker (candidato del Partito popolare europeo) parte in salita: ha ricevuto sì il mandato a cercarsi una maggioranza per la presidenza, ma solo esplorativo. Per il presidente del Consiglio italiano, legittimato da un impressionante voto popolare, la priorità è però condensata nelle parole “in Europa per contare”, dopo anni di apnea e compiti a casa. Renzi lo ha detto subito dopo le elezioni, ha avuto l’imprimatur rituale di Giorgio Napolitano, ora però è alla sfida dei fatti. Per evitare che l’ansia da “new boy in the town”, tra una Merkel consolidata, un François Hollande a picco e il resto tutto confusione e detriti, si trasformi in destino obbligato. I suggeritori oscillano tra i soliti dello “sbatti i pugni sul tavolo” all’ex leader dell’Ulivo e della Commissione, Romano Prodi, che invita Renzi ad approfittare del semestre italiano (dal primo luglio) per promuovere “un avvicinamento a paesi come Francia, Belgio e Spagna”. Un Eurosud allargato in chiave antitedesca, insomma. Approccio che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, conversando con il Foglio, boccia senza attenuanti: “Prodi chi? Quello che cercò di convincere lo spagnolo José Aznar a rinviare l’ingresso nell’euro, ottenendo il danno e la beffa?”. Nel 2010 Tremonti e Juncker, allora rispettivamente ministro e presidente dell’Eurogruppo, firmarono una lettera congiunta per chiedere l’adozione degli Eurobond. “Sì – dice ora Tremonti – ma al denominatore mettemmo il rifiuto di continuare a far più deficit che pil. Fu l’ultima vera iniziativa politica prima che la Grecia venisse presa a motivo per tutelare gli interessi bancari di Germania e Francia a scapito di tutto il resto”. Tremonti augura sinceramente successo a Renzi, ma sconsiglia illusioni e scorciatoie: “L’Italia non riuscirà mai a rimpiazzare la Francia nella governance a due, perché tra Berlino e Parigi c’è un patto statuale, strategico, non politico e occasionale. Funzionava con Mitterrand e Kohl, con Chirac e Schröder; e la Merkel non mollerà Hollande se non saranno i francesi a farlo. Quanto alla Spagna, quel lontano episodio Prodi-Aznar parla da solo. E parlano gli interessi bancari e immobiliari tedeschi nella penisola iberica. L’idea di animare rivolte spartachiste contro l’impero germanico, per di più in nome della socialdemocrazia, è davvero da vecchia sinistra, cosa che mi pare Renzi non voglia essere”. In effetti lo stesso trionfatore delle elezioni ha messo in chiaro, partendo per Bruxelles, che “solo con le riforme saremo credibili davanti alla Merkel e all’Europa”. Tremonti osserva che l’approccio non velleitario è giusto “ma è bene sapere che i semestri di presidenza sono cariche onorifiche, e il prossimo verrà per metà occupato dalle nomine. Intanto in Europa, Germania compresa, ancora non si vedono idee e strumenti per affrontare non solo la loro crisi, ma il distacco strategico dall’ovest e dall’est del mondo. Così la globalizzazione farà tabula rasa”.
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Il Foglio ha raccolto anche le opinioni di un altro protagonista degli anni pre-crisi, Lorenzo Bini Smaghi, già membro del board della Banca centrale europea, oggi presidente della Snam. Neppure lui è convinto che l’atout di Renzi sia di promuovere iniziative antitedesche: “Tanto meno con Madrid, visto proprio il precedente di Aznar del 1996”. Invece, dice, “sarà fondamentale ricostruire un rapporto di fiducia con la Germania, fiducia reciproca, condizione per mutare l’ordine delle cose”. Per questo Bini Smaghi valuta positivamente l’idea merkeliana dei contratti bilaterali tra governi. “E ora che Francia e Gran Bretagna hanno le mani legate dal Front National e dall’Ukip, l’Italia può svolgere un ruolo di leadership e la Germania avrà più interesse a discutere con noi”. Ma aggiunge: “Gli accordi bilaterali non siano solo sui decimali. Sta a noi completarli con ciò che riteniamo strategico, dall’energia alla finanza. La Merkel ha già fatto aperture di credito: sediamoci, negoziamo, vediamo le carte. Soprattutto facciamolo dotandoci di progetti e con gli uomini giusti”. Su questo punto l’ex banchiere centrale insiste molto: “L’asse franco-tedesco cammina materialmente da anni basandosi non soltanto sui rapporti tra capi di governo ma anche sull’attività di decine di sherpa di alto livello dislocati tra Bruxelles, Francoforte e Strasburgo. I quali negoziano tra loro e poi fanno blocco: lì l’Italia e Renzi hanno davvero un gran terreno da recuperare”.
Un ex ministro italiano, che fu a lungo sherpa di primo livello, indica al Foglio un altro campo d’azione: “La Bce e la sopravvalutazione dell’euro. Le parole sono controproducenti, ma va sostenuto Mario Draghi”. Poi fa una pausa e sintetizza: “Renzi ha una buona partita da giocare. C’era molta preoccupazione in Europa, preoccupazione che adesso il suo successo ha dissipato. Mettendo a frutto il momento, lui sarà con la Merkel l’unico importante capo di governo a non avere i nervi a fior di pelle. Non è poco”.
di Renzo Rosati